mercoledì 28 dicembre 2011

Bellissima intervista sul sito de Ilgiornale.it

Vi sono giorni nei quali accade qualche cosa di veramente bello e veramente soddisfacente. Qualcosa che lusinga, ma imbarazza, al tempo stesso, proprio per quanto è meraviglioso.
Mi riferisco alla bellissima intervista che l'amico Massimo Veronese, uno dei capiredattori de "Il Giornale", mi ha dedicato sul sito del medesimo quotidiano (nell'immagine a sinistra, il titolo), con addirittura il richiamo in home page (rimasto in quella posizione per tutto il pomeriggio del 27 per essere poi - giustamente - sostituito da altre notizie). 
Si potrebbe non essere lusingati? Imbarazzati? Felici. Davvero, non mi aspettavo così tanto. E' vero che, dopo averlo ritrovato grazie a Facebook, sono stato io a proporgli di fargli avere il mio libro, ma è vero anche che mai mi sarei aspettato di finire sul sito di un quotidiano nazionale e con, addirittura, il richiamo in home page . Un articolo breve, una notizia nella cronaca di Milano sarebbero già stati risultati eccezionali. Invece ... beh, che dire: sono grato, commosso e imbarazzato (l'ho già detto?). 
Dire grazie mi pare veramente poco, lo faccio, in attesa di avere l'illuminazione che mi permetta di dimostrare l'intera mia gratitudine a Massimo, a IlGiornale. E alla vita.

Per leggere l'intervista cliccare qui


sabato 24 dicembre 2011

Buon (semplice, tranquillo, sereno) Natale

Non c'è bisogno di riempire i nostri frigoriferi o le nostre tavole oltre ogni decenza perché sia Natale: un piatto di pesce semplice, uno di lenticchie o uno di tortellini in brodo, un'insalata o un poco di verdura, un po' di frutta secca sono più che sufficienti. 
Non c'é bisogno di aprire dodici bottiglie per festeggiare: una di vino rosso o bianco, uno spumante sono più che sufficienti. 
Non c'è bisogno di panettone, pandoro, torrone e via discorrendo per finire il pasto: basta uno solo di quelli o qualche biscotto o una crema fatta in casa. 
Non c'è bisogno di troppi regali a testa, non c'è bisogno di spendere migliaia e migliaia di euro per acquistare cose che, tanto, non useremo mai, per manifestare la gioia di stare insieme: può bastare anche un cestino di pere o di arance, un ramoscello di vischio o un mazzo di fiori. 
Insomma, non servono spreco, eccesso, consumo, non serve fare - come spesso accade - tutto oltre ogni limite perché sia festa. Basta stare tranquilli a cena, raccontarsi le ultime novità, sorridere, salutare e godersi la compagnia delle persone, anche se tra queste ce ne saranno sicuramente alcune che non sopportiamo. E se proprio vogliamo fare qualche cosa di grandioso, andiamo dal nostro vicino, quello di cui non conosciamo nemmeno il nome di battesimo, quello con il quale non parliamo mai, di cui non sappiamo nulla e con cui scambiamo, durante l'anno, un rapido "buongiorno/buonasera" distratto, e chiediamogli, molto semplicemente, come sta. 
Non serve esagerare. Non serve pretendere e volere sempre di più. Non serve nulla di più di ciò che già abbiamo.
Buon Natale.  

venerdì 9 dicembre 2011

L'Italia c'è o non c'è?

Questa mattina sono andato in banca per un prelievo e, visto che era aperta, sono entrato per salutare un amico che ci lavora. Quando me lo sono trovato di fronte, mi è venuta l'idea di sottoporlo ad un piccolo test sul quale stavo riflettendo da qualche giorno. 
L'amico in questione è pugliese e allora gli ho chiesto, domandandogli di rispondere d'istinto, se lui si sentiva più italiano o più pugliese. Ci ha - in realtà - pensato qualche secondo, ma poi ha risposto sicuro: "Mi sento più pugliese".
L'ho invitato, allora, a ri-pensarci di nuovo, proponendogli una riflessione: dovresti pensare, gli ho detto, di immaginare di avere al fianco un trentino, o un friulano, o un piemontese, e sentire di avere in comune con costui qualche cosa di più ampio, più vasto, più profondo, appunto, l'essere italiano, prima che pugliese. "Di fronte ad una persona di un'altra regione - ho chiesto -, senti di essergli unito da un sentimento comune, nazionale, patrio, insomma, senti che siete entrambi italiani, che appartenete allo stesso Paese e avete un inno e una bandiera comuni, pur con le specifiche peculiarità regionali e locali di ciascuno, o ti senti prima di tutto pugliese?".
Mi ha risposto di nuovo: "Mi sento più pugliese". E ha aggiunto: "Con tutto il rispetto, sentirei molto forti le differenze tra me e uno del Trentino, ma anche un emiliano o un calabrese, piuttosto che le uguaglianze dovute all'appartenere allo stesso Paese". 
Il test mi ha fornito le risposte che cercavo e già immaginavo. Ho l'impressione che il problema principale del nostro Paese, della nostra Italia, sia che il sentimento nazionale, unitario, comune, che dovrebbe appartenenere ad un popolo e ad una Nazione, sia, purtroppo, molto debole. Dell'Italia parla la Costituzione, lo so molto bene, abbiamo un inno e una bandiera. Ma esiste la "Nazione italiana"? Esiste il "popolo italiano"? 
Dal test del mio amico, che mi propongo di fare ancora su altri, sembra che noi ci sentiamo più veneti, lucani, siciliani, marchigiani, laziali, piemontesi o lombardi, ci sentiamo più milanesi o baresi, napoletani o catanesi che non italiani. Abbiamo il sentimento locale, ci si "sente" della città e della regione d'origine, ma, nella scaletta dei sentimenti d'appartenenza, dell'Italia pare si perdano le tracce. 
Penso che potrei rifare quel test, cento, mille volte e ottenere lo stesso risultato (anche se mi piacerebbe ingannarmi).
E allora, la domanda diventa diversa. Per forza di cose. 
L'Italia c'è o non c'è? 

giovedì 1 dicembre 2011

Editoria a pagamento, io la penso così (e non pretendo di avere ragione)

  
Il gran dilemma dell'editoria a pagamento

Sono stanco. Stufo. E arcistufo. Sento continuamente parlare (male), con critiche, accuse, attacchi di ogni tipo, dell'editoria a pagamento. Sento dire di tutto contro editori senza scrupoli che (così dicono parecchi geni al momento - purtroppo per l'umanità - incompresi e sconosciuti) intascano soldi e scappano senza farsi più vedere (un po' pochini, allora, quelli che chiedono, stando alle cifre descritte, per passare il resto della vita ai Caraibi, da latitanti, peraltro). Sento denunce e peana contro certe "vampiristiche" pretese. Sento dire che è una vergogna chiedere un contributo per pubblicare un libro. Che l'arte non ha prezzo. Che la creatività non si paga. Che non si dovrebbe mai chiedere per alcun motivo il vil denaro per "il capolavoro" in questione. Che è un mondo schifoso e spietato, che la grandezza non è riconosciuta né apprezzata e vincono sempre i "soliti" (non ho mai saputo chi siano, ma sono "quelli", insomma. I "soliti". E' chiaro, no?). 
A parte il demagogico leit-motiv che racconta di parecchi grandi autori che hanno iniziato pagando l'edizione, è giusto o no chiedere denaro per pubblicare un libro? Giusto o no volere del denaro per un'opera di ingegno? La risposta potrebbe essere: "no, non dovrebbe essere giusto", ma questa è una risposta che mi aspetto da un bambino di 5 anni, immaturo, ancora immerso nei suoi ideali e nei sogni, quello che, probabilmente, immagina di diventare, un giorno, un pirata. O un astronauta.
Nella realtà, ci si rende conto dell'enorme sfida che hanno di fronte le case editrici (tutte, piccole o grandi che siano) quando devono pubblicare un libro qualunque? Ci si rende conto delle spese che devono affrontare?
La correzione. L'editing. L'impaginazione. La stampa.  Il numero (obbligatorio) di ISBN. La distribuzione.
Non sono cose gratis. Tutto costa. Tutti vogliono - o devono - portare a casa la loro parte. Tutti hanno le loro spese. E quali certezze ci sono? Nessuna. Come andrà quel libro? Sarà il caso editoriale del millennio stile la saga di Harry Potter (caso unico e, credo, irripetibile) o sarà il classico libro italiano che vende, se va bene, un centinaio di copie (un migliaio sarebbero già un successo) e nemmeno fa incassare quanto fa spendere?  
Nessuno lo sa.
Nessuno lo può dire.
Nessuno può sapere come andrà un libro. 
E la storia ci insegna che i casi sono mille e di più: libri finiti (ingiustamente) nel dimenticatoio e scoperti dopo decenni, libri andati (indegnamente) benissimo in qualche settimana e poi scomparsi, buone opere, libri molto validi, schifezze, porcherie, pubblicate magari da grandi editori, capolavori pubblicati da piccoli, grandi scrittori che non vendono nulla, poi tornano a farlo, emergenti che fanno "il botto" e poi spariscono oppure si confermano e consolidano. La casistica è immensa, varia, ingovernabile, può accadere tutto e il contrario di tutto. Non è possibile sapere cosa accadrà.
Ed è alla luce di questa totale e immensa incertezza che l'editore piccolo chiede (spesso, non sempre) un contributo (quello grande nemmeno legge, ormai - e secondo me giustamente: riceve da dieci a venti dattiloscritti al giorno!).
Il piccolo editore non fa altro che coprirsi. Si protegge. Condivide il rischio.
Certo, è importante, ovviamente, che poi li libro sia pubblicato e distribuito. Il dopo .. si vedrà. I piccoli editori, quelli che in genere chiedono un contributo, non vedono l'ora di trovare quel libro che diventi "best-seller" e faccia fare loro un balzo di qualità (nome, fama, prestigio etc.) che sognano, talvolta, per una vita. Ritenerli tutti degli imbroglioni perché chiedono denaro (chiedono, dunque, di condividere il rischio) testimonia l'arroganza (e l'idiozia) dei tanti geni in circolazione ancora ignoti.
Quello che mi piacerebbe vedere, invece, sarebbe un po' di umiltà e autocritica da parte degli (aspiranti) autori: chi dice che quello che hai scritto sia un capolavoro? Perché quello che hai realizzato dovrebbe essere un'opera immortale? Hai provato a farlo leggere? Hai scelto una serie di amici, parenti etc che ti abbiano dato un giudizio? Hai inviato lo scritto per un'editing professionale? Hai fatto valutare (a pagamento, magari)? Se è un problema di soldi, risparmia e aspetta di averli: se ci credi veramente e pensi che il tuo scritto sia valido, ne vale la pena.
Altrimenti lascia perdere.
Per me, il problema è che tanti, troppi si credono grandi scrittori, grandi geni, novelli Hemingway incompresi, che non riescono a pubblicare il loro capolavoro solo perché i grandi editori non rispondono e quelli piccoli vogliono soldi.
Non perché, in realtà, quello che hanno scritto fa schifo.
Pochi, forse nessuno, è propenso a soffrire.
Pochi, forse nessuno, è cosciente di se stesso.
Umile.
Ma ai "geni incompresi" che popolano questo Paese (e questo Mondo), faccio la più banale delle domande: dove sta scritto che se pubblicassi gratuitamente con una grande casa editrice il tuo libro sarebbe un successo?